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Ligabue racconta “Start”: “Sto cercando più leggerezza”

Ligabue racconta “Start”: “Sto cercando più leggerezza”

I numeri per capire “Start”, il nuovo disco di Ligabue, in uscita domani 8 marzo: 10 canzoni, 38 minuti. E poi la faccia del cantante - il “faccione”, scherza lui - per la prima volta in copertina, il titolo di una sola parola, composta da una sola sillaba. “Ogni mio disco è una ripartenza”, sintetizza il cantante di Correggio, che abbiamo incontrato a Milano. Ma “Start” è lontano da “Made in Italy”, il concept album del 2016. Qua ci sono canzoni-canzoni, senza un legame narrativo tra di loro, ma con un legame forte con i temi del Liga: l’amicizia, l’amore, il tempo che passa, la provincia. E c’è un suono rinnovato, opera di Federico Nardelli, neanche 30enne, precedentemente al lavoro con Gazelle, Galeffi, Siberia.  
Ecco l’intervista di Rockol, frutto di due lunghe chiacchierate, una a telecamere accese, e una a telecamere spente.

Questo disco è per certi versi l’opposto del precedente “Made in Italy”: quello fu un concept che è diventato un film. Questo è un disco "classico".
Credo che qualsiasi cosa avessi fatto dopo quel disco sarebbe stata comunque molto differente, perché a sua volta quello era molto differente rispetto a quello che avevo fatto prima. “Made in Italy” era una storia tosta, una crisi di mezz’età di una persona che perde il lavoro, nonché un’operazione ambiziosa. Il tutto in mezzo ad un periodo difficile, forse il più difficile della mia carriera professionale, il 2017.

Un anno complicato, quello in cui ha perso la voce, hai dovuto operarti e rimandare un tour. Come ha vissuto quel periodo?
Si, ho iniziato a fare concerti con un’influenza che non passava mai. Poi un polipo in gola che mi costringe a e spostare concerti. I medici che ti dicono che la tua voce tornerà quella di prima, dopo l’operazione: ma ci vogliono mesi prima che tu lo sappia davvero. E’ stato un anno di sofferenza e la semplicità di “Start" è la reazione ad un anno di pensieri eccessivi e all’operazione più complessa della mia carriera, “Made in Italy”. Sto cercando un po’ più di leggerezza: anche per questo, a Sanremo mi si è visto in quella veste, in cui giocavo un po’ con la mia immagine.

Per “Start” hai messo da parte i personaggi; questa: volta racconti di più in prima persona. Un ritorno a casa?
Io sono sempre rimasto fedele al mio mondo, con due eccezioni: la fantascienza de ‘La neve se ne frega’ e il concept di ‘Made in Italy’, che raccontava una storia da un punto di vista diverso che non era il mio. I miei ultimi dischi avevano tutto un filo conduttore preciso, questa volta ho pensato a mettere dentro le canzoni che mi piacevano di più tra quelle che ho scritto.  “Start” è un disco personale come tutti i miei dischi sono personali. Sono forse più diretto del solito, questo si, nel raccontare le relazioni con le persone.

Ancora una volta torna il tempo, nelle tue canzoni. 
E’ un concetto con cui combatto da sempre, dal primo disco in cui cantavo “Non c’è tempo per noi”, ed è una parola che compare spesso nei miei testi. C’è un presente, e c’è un’idea di futuro che popola il tempo presente, e un po’ ci condiziona e ci frega con preoccupazioni e ansie. Non c’è nessuna certezza in questa idea di futuro. Continuo a pensare che sia meglio mettere nel presente un’idea di presente speranzosa. Questo è un disco pieno di speranza”.

 

E’ un album che molto essenziale, nella durata e nell’impatto. Cercavi la sintesi?
Si, non ero mai stato sotto le 11 canzoni in disco. E’ dipeso molto dall’incontro con Federico Nardelli, che per me è quasi un bambino, nel senso che ha un po’ di anni meno di me, e ha un punto di vista diverso. E’ stato un incontro fortunato, perché ha dato una dimensione di essenzialità, di concisione ma anche un’energia alla mia urgenza di raccontare. Lo sento vicino alle mie prime cose.

Per la prima volta c’è la tua faccia in copertina. Come ti sei deciso?
Sì, l’ho fatto soprattutto perché non volevo più sentirmelo dire dal mio amico e manager Claudio Maioli, che sono 20 anni che mi tampina… Io ho sempre pensato che fosse bello che la copertina avesse un’idea grafica, ma questa volta ho fatto un servizio fotografico in cui mi sono sentito a più mio agio del solito - e ci vuole poco, perché non amo essere fotograto - e credo che questa foto mi rappresenti.

Come hai incontrato Nardelli?
Avevo scritto un po’ di canzoni, come faccio sempre, e ho pensato di avere un album. E ho pensato di investire un po’ di tempo nel capire che forma dargli. Mio fratello mi ha fatto il suo nome, l’ho cercato in rete ma quasi non c’è nulla su di lui. Ho ascoltato le sue cose e ho pensato che non avevo elementi per capire se mi piaceva. Così siamo andati a pranzo e quando ci siamo incontrati ci siamo piaciuti subito:  non aveva timore reverenziali. Siamo andati in studio, e lui è arrivato semplicemente con un laptop, chiedendomi in prestito qualche strumento… Ha preso una canzone, e mi ha detto di ripassare dopo qualche ora. Io sono andato a fare un giro e al mio ritorno aveva tirato fuori un arrangiamento che è molto vicino a quella finale: ha trovato un vestito all’idea dell’energia che cercavo per quella storia, che è la mia in soggettiva, “Io in questo mondo”.

Nardelli è di un’altra generazione, rispetto alla tua.
Si, ed è di una generazione che si è formata con una grande attenzione ai suoni, lavorando su computer e plug-in, ma è anche un grande musicista, un grande bassista.

Quanto è facile e quanto è difficile, a questo punto della tua carriera, affidare il tuo lavoro alle mani e alla mente di qualcun altro?
Credimi, a questo giro è stato facilissimo. Mi sto ritrovando praticamente a fare il suo ufficio stampa e spero che magari un giorno mi riconosca una royalty sulle sue royalty… Tra noi c’è un innamoramento artistico. Ci sono molti produttori bravi, ma che magari non vanno bene per te in quel momento: in questo caso sono rimasto impressionato dal fatto che la sua proposta sulle mie canzoni da un lato era inaspettata, e dall’altro era quella che mi aspettavo.

Con questo disco torni per in tour negli stadi dopo 5 anni.
Mi manca sempre il suonare, indipendentemente dal luogo, che sia uno stadio o un altro luogo, non fa una differenza bestiale. E’ chiaro che lo stadio ha una sua epica, ti dà la possibilità di vedere una massa enorme di persone: ho provato a raccontarlo in “Io in questo mondo”, che è la cronaca di una mia giornata di quelle, dal momento in cui mi vengono a prendere a quando io vedo quello spettacolo, le facce.

Come riprodurrai questo suono in tour, e che tour sarà?
Mi piace la liturgia della festa: ci saranno le canzoni nuove e quelle da cantare in core. Proverò a cercare un upgrade magari sulla ritmica, che è una delle cose su cui abbiamo lavorato molto, su questo disco. 

Viviamo in un’epoca in cui la parte spettacolare è fondamentale anche per i concerti rock, non solo per quelli pop. Come vivi questa condizione?
E’ un argomento delicato, perché c’è una dimensione artistica da preservare: i contributi devono essere tali, aiutare la musica e non viceversa. E poi c’è l’entertainment, che io non trovo sbagliato, anzi. Stiamo lavorando per avere un risultato migliore sia per le luci che per gli schermi, che spesso faticano a convivere. L’idea di spettacolo a cui stiamo pensando vuole mettere assieme questa cose, mentre per i contenuti ci stiamo lavorando. Ma sappiamo che venire ad un concerto richiede un investimento economico e di tempo, e quindi la musica e lo spettacolo lo giustificheranno.

 

FONTE: www.rockol.it

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